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Comunicare Shakespeare: gli adattamenti cinematografici del Richard III: Cap. 1: Shakespeare Cap. 2: L. Olivier Cap. 3: Loncraine e McKellen (1)(2)(3)(4) Cap. 4: Al Pacino (1) (2)(3)(4)(5- didattica)
"And wilt thou learn of me?" Spiegare Richard III al cinema
John Fante
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Il mito di Riccardo IIICecilia Latella © 2004
È strano come Riccardo III, un monarca inglese, morto a 32 anni e che ha regnato soltanto per due anni, sia entrato tanto nell’immaginario popolare. I motivi a cui dobbiamo questa fama sono principalmente due: il primo è William Shakespeare; il secondo è il mistero della morte dei principi nella Torre.
I fattiRiccardo Plantageneto nacque il 2 ottobre 1452 a Fotheringhay Castle, Northamptonshire, undicesimo figlio di Riccardo duca di York e di Cicely Neville, nel bel mezzo della Guerra delle Due Rose. Suo padre e uno dei suoi fratelli maggiori, Edmund, conte di Rutland, morirono nella battaglia di Wakefield, 30 dicembre 1460, ma dopo aver vinto la battaglia di Towton, marzo 1461, suo fratello Edoardo, conte di March, riuscì a portare sul trono la sua casata. Edoardo IV fu incoronato il 28 giugno 1461 e il 1° novembre 1461 Riccardo fu nominato duca di Gloucester. Il piccolo duca ricevette la sua educazione nei possedimenti di Riccardo di Warwick, il “creatore di re” (Kingmaker), nel nord dell’Inghilterra. Una decina di anni dopo, Warwick si schierò contro lo stesso Edoardo IV che aveva contribuito a mettere sul trono e il conflitto tra York e Lancaster riesplose. Edoardo assicurò la sua posizione sconfiggendo le armate Lancaster guidate dalla ex-regina Margherita d’Angiò e da Warwick nelle battaglie di Barnet, 14 aprile 1471, e Tewkesbury, 4 maggio 1471. In entrambe le battaglie Riccardo di Gloucester comandò l’avanguardia. Il principe Edoardo di Lancaster morì in battaglia e il re Lancaster Enrico VI fu ucciso dietro ordine di Edoardo IV qualche tempo dopo. Riccardo successe a Warwick quale signore del nord, ponendo la sua sede a Middleham nello Yorkshire. Nel 1472 sposò Anne Neville, figlia di Warwick ed erede di metà delle sue sostanze. Per i successivi dodici anni Riccardo amministrò con zelo ed energia il nord dell’Inghilterra. Nel 1478 suo fratello George, duca di Clarence, che nel 1471 aveva tradito Edoardo IV schierandosi con Warwick (suo suocero: Clarence ne aveva sposato la figlia maggiore, Isabel) fu arrestato, rinchiuso nella Torre e giustiziato per alto tradimento. Dopo una vittoriosa campagna in Scozia nel 1482, Riccardo era all’apice della sua carriera di signore del nord quando la storia sua e del regno cambiò. Edoardo IV morì improvvisamente il 9 aprile 1483 ad appena 41 anni, lasciando suo erede il piccolo Edoardo, di 12 anni e mezzo. Riccardo, nominato lord protettore da suo fratello, si scontrò con la famiglia della regina Elisabetta, i Woodville, un clan di nobili innalzati e beneficiati dal re, ma invisi ai nobili di più antica ed illustre data. Sceso dal nord, Riccardo si incontrò con il giovane principe e il suo zio materno Anthony Woodville, conte di Rivers a Stony Stratford il 29 aprile. Il giorno dopo Rivers, suo nipote Sir Richard Grey e Sir Thomas Vaughan furono arrestati da Riccardo dietro (probabile) consiglio e spinta di Henry Stafford, duca di Buckingham. Riccardo accompagnò il giovane Edoardo fino a Londra e il consiglio fissò l’incoronazione del nuovo monarca al 22 giugno. Venerdì 13 giugno Riccardo, convinto dell’esistenza di un complotto alle sue spalle, fece eliminare lord Hastings, cancelliere e migliore amico di Edoardo IV. Il 22 giugno, giorno previsto per l’incoronazione, un sermone di fra Ralph Shaa proclamava ai cittadini la bastardaggine di Edoardo e di suo fratello Riccardo di York, in quanto Edoardo IV aveva stretto un contratto matrimoniale con lady Eleanor Butler prima di sposare – una mossa politica avventata – la vedova Elisabetta Woodville. La questione del fidanzamento, rivelato al consiglio da Robert Stillington, vescovo di Bath e Wells, il 9 giugno, fu poi ratificata nel Titulus Regius (Act of Settlement) composto dall’unico parlamento di Riccardo (23 gennaio 1484). Il 25 giugno Rivers, Grey e Vaughan furono giustiziati a Pontefract. Il 26 giugno un gruppo di rappresentanti dei tre stati offrì a Riccardo la corona Dopo aver graziosamente rifiutato diverse volte, Riccardo accettò e fu incoronato a Westminster il 6 luglio. Il breve regno di Riccardo non fu facile. Nei mesi successivi dovette affrontare la ribellione del suo antico alleato Buckingham, “the most untrue creature living”. L’obiettivo della rivolta era dichiaratamente quello di restaurare Edoardo V; in realtà si congiurava di far arrivare dalla Francia Enrico Tudor, di lontane ascendenze Lancaster. Buckingham fu catturato e ucciso il 2 novembre 1483. Enrico Tudor, fermato da una tempesta, dovette tornare in Francia. Nel marzo 1484 morì l’unico erede di Riccardo III, Edoardo di Galles, e un anno dopo la sua regina Anne. Nel contempo la sua attività di governatore e legislatore fu intensa e abbastanza fruttuosa. Riccardo III istituì il consiglio del Nord e abolì alcuni privilegi feudali di antica data; inoltre protesse la cultura e la chiesa, fondando cappelle e collegi. Dal punto di vista politico, il suo atto più rilevante fu la concessione di posti di responsabilità a magnati del nord, una cosa malvista dai feudatari del sud e che provocò in definitiva la caduta del suo regno. Attraverso di lui si realizzò in ogni caso una maggiore integrazione tra nord e sud dell’Inghilterra, due zone divise da differenze economiche e sociali. Con il problema non ben risolto della discendenza Riccardo III si avviava a diventare un monarca scrupoloso ed efficiente. Ma nell’estate del 1485 sbarcarono finalmente sulle coste inglesi le truppe di Enrico Tudor. I due eserciti si scontrarono sulla piana di Bosworth Field il 22 agosto del 1485. Tradito da due suoi generali, a Bosworth Riccardo III perse la battaglia, il regno e la vita. Enrico Tudor divenne re con il nome di Enrico VII.
Il mistero dei principiSe non fosse per i due principi, Riccardo III, dopo aver usurpato il trono (come quasi tutti i re inglesi del Medioevo) ed aver regnato solo per due anni, sarebbe stato presto dimenticato. Dobbiamo a questa tragica vicenda se ancora ci si occupa di Riccardo III. Dopo essere stati proclamati bastardi, i due fratelli Edoardo di Galles e Riccardo di York vissero nella Torre di Londra, al tempo solo una delle tante residenze regali, senza quell’accezione macabra che le deriverà proprio da questo episodio. Testimonianze coeve ci riferiscono che i bambini furono visti ancora giocare nel castello per tutta l’estate del 1483 – cioè dopo che Riccardo III fu fatto re. Sopravvivono anche fatture di spese effettuate per i principi. In seguito, però, dei principi si perse ogni traccia. Iniziarono a correre voci popolari che li volevano morti, efferatamente uccisi dallo zio Riccardo (a questo punto, Wicked Uncle) e questa versione è entrata nella storia. Il fatto è che manca qualsiasi prova che testimoni un tale delitto – non abbiamo prove né della vita, né della morte dei principi. Non abbiamo prove decisive a favore di Riccardo né a sfavore, e probabilmente mai le avremo. Questa mancanza assoluta di notizie ha generato le più fantasiose ipotesi e le più sottili analisi che mai si possano immaginare. Nelle menti dei successori, la morte dei principi è diventata un vero e proprio giallo. Prima di tutto i principi potrebbero non essere morti affatto. Potrebbero essere stati trasferiti in qualche remoto castello dell’Inghilterra per la sicurezza loro e di Riccardo. Potrebbero essere morti per cause naturali. Ci potrebbe essere stato un tentativo di trasferimento in Francia e le navi sarebbero affondate durante una tempesta. Almeno uno dei due principi potrebbe essere sopravvissuto. Durante il regno di Enrico VII, un giovane, Perkin Warbeck, dichiarò di essere Riccardo di York e capeggiò una rivolta yorkista sedata nel 1497. Di recente, alcuni studiosi avrebbero riconosciuto Riccardo di York in un ritratto della famiglia di Tommaso Moro dipinto da Hans Holbein nel 1527. I principi potrebbero essere state le vittime dello scontro tra Riccardo III e Buckingham. Numerosi riccardiani ritengono che sia stato Buckingham ad ordinare l’omicidio dei ragazzi per creare degli enormi problemi a Riccardo. Questo sarebbe tanto più potuto avvenire se i principi fossero stati mandati in un qualche altro castello lontano da Londra – sarebbe stato allora più facile per Buckingham intervenire. Seguendo questa ipotesi, Riccardo non avrebbe accusato apertamente Buckingham dell’avvenuto perché i principi erano comunque sotto la sua custodia ed egli era il responsabile della loro sicurezza. L’indiziato numero tre è Enrico VII. È spesso stato detto che la vita dei principi avrebbe nuociuto più a lui che a Riccardo, dal momento che erano stati dichiarati bastardi. Enrico VII non accusò mai formalmente Riccardo della morte dei suoi nipoti e anzi mandò a morte coloro che, secondo Tommaso Moro, sono i sicari dei principi, dopo averli largamente beneficiati alla sua salita al trono. Inoltre Enrico VII recluse in convento Elisabetta Woodville e la privò di quasi tutti i suoi diritti. Il principale imputato resta, comunque, Riccardo. Se fossero stati vivi, perché non rispose alle malelingue mostrando i due principi vivi e in buona salute? Perché nella corrispondenza tra lui e Elisabetta Woodville si parla come se i principi fossero morti? Perché non accusò formalmente Buckingham, se era quest’ultimo il colpevole? Si può ritenere che i principi siano morti durante il regno di Riccardo, per mano sua o di Buckingham, o in altro modo, ma che comunque Riccardo se ne sentisse responsabile. Molti hanno sostenuto che il rimorso per questo evento, comunque fosse avvenuto, abbia accorciato il suo regno, e che Riccardo andasse a Bosworth sentendo di dover pagare il suo tributo e fosse già votato alla sconfitta. Si capisce come una tale, ingarbugliata situazione si presti a meraviglia alla speculazione di storici, scrittori e investigatori dilettanti. Al momento attuale non si può scientificamente provare chi sia il colpevole e cosa sia esattamente successo ai principi. Il mistero continua.
Prime elaborazioni storiograficheNegli anni successivi a Bosworth Field, si andò rapidamente formando un corpus di opere, storiografiche e poetiche, su Riccardo III, corpus a cui George B. Churchill si riferisce come “Richard saga”[1]. Abbiamo quindi la Historie of the Arrival of Edward IV in England and the finall recouerye of his kingdom from Henry VI (1471), l’unica di matrice veramente yorkista; la Chronicle of the first thirteen years of the reign of King Edward, scritta da John Warkworth tra il 1473 e il 1478; A Chronicle of London from 1089 to 1483. Le due maggiori fonti contemporanee sono il resoconto redatto dall’italiano Domenico Mancini, di passaggio in Inghilterra nel 1483, per il vescovo Angelo Catone, De Occupatione Regni Angliae Per Riccardum Tercium Libellus, e la Second Continuation of the History of Croyland Monastery del cronista dell’abbazia di Croyland (1485). Mancini lasciò l’Inghilterra subito dopo l’incoronazione di Riccardo e non parla dei principi. Il cronista di Croyland riporta le voci che li volevano morti, ma non afferma niente di definitivo. Inizia poi la storiografia Tudor, con la Historia Regum Angliae (1489-1491) di John Rous. In quest’opera si parla per la prima volta della nascita mostruosa di Riccardo, rimasto per due anni nel grembo di sua madre e nato con i denti e i capelli lunghi. Il Rous è anche il primo a fornire una descrizione fisica di Riccardo che tende alla deformità: “parvae staturae erat, curtam habens facies, inequales humeros, dexter superior sinisterque inferior”. Sotto il regno di Riccardo, il Rous è noto per aver scritto, invece, un’appassionata lode del suo re, contenuta nel Rous Roll (in inglese). Anche il poeta di corte Pietro Carmeliano, di Brescia, aveva dedicato a Riccardo un poema prima di diffamarlo sotto il regno di Enrico VII. Un diplomatico francese, Philippe de Commynes, parla per la prima volta, nelle sue memorie (pubblicate nel 1524), della botte di malvasia nella quale sarebbe stato affogato Clarence. Bernard André, nella sua History of Henry VII (1500-1502), porta molto avanti la costruzione della saga, contrapponendo all’orribile Riccardo l’angelico Enrico VII. Abbiamo poi la Chronicle di Robert Fabyan (1504 – pubblicata nel 1516) e poi l’opera che più di tutte doveva influire su Shakespeare e quindi nella cultura popolare: la History of King Richard III di Thomas More (Tommaso Moro), composta intorno al 1513, lasciata incompleta, pubblicata nel 1543 in una versione alterata e poi nel 1557 in una corretta. More costruisce il personaggio di Riccardo a noi più familiare: gobbo (invenzione interamente sua), dalla nascita irregolare, maligno e contento di esserlo, consumato dall’ambizione, coraggioso e pieno di risorse, ipocrita e affabulatore. In poche parole, un genio del male. La storia di More parte dalla morte di Edoardo IV e si interrompe con la ribellione di Buckingham. Comprende la descrizione più compiuta della morte dei principi, soffocati nel loro letto con un cuscino dai sicari Dighton e Forrest. In tempi recenti c’è stato chi[2] ha suggerito che il More intendesse scrivere un’opera satirica il cui vero protagonista, dietro il nome di Riccardo, sarebbe lo stesso Enrico VII, ma gli indizi per una simile interpretazione sono veramente azzardati. Contemporaneamente al More, Polidoro Virgilio, di Urbino, storiografo ufficiale di Enrico VII, nella sua Historia Angliae (1534) aggiunge alla Richard saga gli elementi della punizione divina e di un disegno celeste che va dalla deposizione di Riccardo II all’avvento provvidenziale di Enrico VII (elementi che Tillyard[3] definirà Tudor myth). More e, per la parte successiva alla rivolta di Buckingham, Polidoro Virgilio sono copiati da Edward Hall in The Union of the Noble and Illustre Famelies of Lancastre and York (1548) e da Raphael Holinshed nelle Chronicles (1578; Shakespeare possedeva una copia dell’edizione del 1587), due testi di grande diffusione. “Thus”, commenta il Churchill, “though Shakespeare may in writing Richard III have based his play almost wholly on the form of the saga which he found in Holinshed, yet in the formation of that saga Holinshed is of very slight importance”[4].
Poesie e drammiOltre che nella storiografia, Riccardo III compare molto presto anche nella letteratura. Composta negli ultimi anni del ‘400, la Ballad of Bosworth Field, anonima, ci racconta la battaglia dal punto di vista di un membro dell’entourage degli Stanley, probabilmente un testimone oculare. The Song of Lady Bessy, risalente allo stesso periodo, ci descrive l’arrivo in Inghilterra di Enrico Tudor come organizzato dalla stessa Elizabeth (Bessy) di York, sua futura sposa. Fondamentale nella formazione di un gentiluomo dell’epoca, A Mirror for Magistrates (prima edizione 1559; ebbe poi molte riedizioni) è una raccolta di poemi moraleggianti incentrata sulle vite degli uomini dell’antichità. Su una quarantina di poemi nove sono collegati a Riccardo: Henry VI di Baldwin; George Plantagenet Duke of Clarence, di Baldwin; Edward IV di Skelton; Sir Anthony Wodvile, Lord Rivers, di Baldwin; The Lord Hastings di Dolman; The Complaint of Henrie, Duke of Buckingham, di Thomas Sackville; Collingborne di Baldwin; Richard Plantagenet, Duke of Glocester, di Segar; Shore’s Wife di Thomas Churchyard. Nell’edizione del 1610 al posto del poema di Segar apparve The Two Princes and Richard III di Robert Niccols. Sulle pagine del Mirror for Magistrates Riccardo divenne per la prima volta l’assassino di suo fratello Clarence. Nel marzo 1579 fu rappresentata al St. John’s College di Cambridge la tragedia in latino Richardus Tertius di Thomas Legge. Probabilmente pensato per essere rappresentato davanti alla regina, il Richardus Tertius segna il punto di partenza per i drammi storici (history plays) scritti in Inghilterra su argomento contemporaneo. È modellato sulle tragedie di Seneca e Riccardo diventa così un tiranno senechiano. Incarnazione dell’Ambizione, il Riccardo di Legge ha meno risorse e coraggio di quello di More e dipende dai suoi consiglieri, ma esprime tutti i suoi sentimenti ad alta voce in scene apposite. È da notare che in Legge Riccardo non è deforme. L’argomento era tanto interessante da essere ripreso in tre tragedie più o meno contemporanee. I Queen’s Men produssero The True Tragedie of Richard the Third, iscritta nello Stationer’s Register il 19 giugno 1594 e messa in scena nel 1589-91. Rozza e impoetica, la True Tragedie è egualmente di grande importanza. Innanzitutto lega in sé per la prima volta un dramma storico ad una tragedia di vendetta, e quindi importa nella Richard saga l’elemento tipico delle tragedie di vendetta, il fantasma; in secondo luogo Shakespeare scrisse il suo Richard III per rispondere al successo dei Queen’s Men. Il Riccardo della True Tragedie è un personaggio forte, definito e interessante, che riunisce le caratteristiche del Tamburlaine – l’ambizione – con quelle del Doctor Faustus – il conflitto della coscienza – di Christopher Marlowe. I Chamberlain’s Men di Shakespeare fecero un remake della True Tragedie con il loro Richard III. Anche la compagnia degli Admiral’s Men di Philip Henslowe composero un dramma, di data incerta, su Riccardo III. Al 1593 risale The Rising to the Crown of Richard the Thirde di Giles Fletcher, un poema scritto in prima persona dal punto di vista di Riccardo.
La creazione di un mostroUn secolo dopo la sua morte, Riccardo III si presentava ormai come un personaggio lontano non solo dalla sua verità storica, ma anche dalla descrizione di un qualsiasi essere umano. Aveva usurpato il trono causando un numero di morti sorprendentemente esiguo per l’epoca: solo quattro, Hastings, Rivers, Grey e Vaughan. Dei principi si è già parlato. Attraverso la propaganda Tudor diventa l’assassino di: Edoardo di Lancaster (morto a Tewkesbury); Enrico VI (ucciso per ordine di Edoardo IV); Clarence (giustiziato per ordine del Parlamento dietro il volere di Edoardo IV); Hastings, Rivers, Grey e Vaughan; i due principi; la regina Anna sua moglie (morta di tisi); inoltre è sospettato di aver avvelenato lo stesso Edoardo IV, il tutto per soddisfare la sua sfrenata ambizione del trono. È stato il flagello dell’umanità e ha instaurato un regime di terrore (non riscontrabile in alcuna descrizione contemporanea o immediatamente successiva, né supportato da prova alcuna). Un essere tanto abietto e crudele non poteva avere un aspetto comune o piacevole. La degradazione di Riccardo III da buon re (quale che sia stata la fine dei principi) a tiranno assetato di sangue passa attraverso la mutazione fisica da persona normale a mostro gobbo e deforme, un Quasimodo (cattivo) inglese. Nessuna delle descrizioni contemporanee registra anomalie fisiche in Riccardo – o meglio non abbiamo, nei cronisti contemporanei, descrizioni fisiche di Riccardo, cosa che appoggia l’idea che non ci fosse nulla di particolare da notare. Sappiamo che era pallido di carnagione e di bassa statura. Un cavaliere della Slesia, Nicolas von Poppelau, fu ricevuto da Riccardo in udienza privata il 1° maggio 1484 nel castello di Pontefract. Von Poppelau ci riferisce che Riccardo era di tre pollici più alto di lui, molto più snello, con “delicate arms and legs, also a great heart”[5]. Trent’anni dopo, questa è la descrizione di Riccardo che Tommaso Moro trasmetterà alle generazioni future: “Richard, the third son, of whom we now treat, was in wit and courage equal with either of them [Giorgio di Clarence e Edoardo IV], in body and probity far under them both: little of stature, ill-featured of limbs, crook-backed, his left shoulder much higher than his right, hard-favoured of visage and such as is in princes called warlike, in other men otherwise. He was malicious, wrathful, envious, and, from before his birth, ever froward. It is for truth reported that the Duchess his mother had so much ado in her travail that she could not be delivered of him uncut, and that he came into the world with the feet forward – as men be borne out of it – and (as fame runs) also not untoothed: either men out of hatred report above the truth or else nature changed her course in his beginning who in the course of his life many things unnaturally committed. […] He was close and secret, a deep dissembler, lowly of countenance, arrogant of heart, outwardly companionable where he inwardly hated, not hesitating to kiss whom he thought to kill, pitiless and cruel, not for evil will always but oftener for ambition and either for the surety or increase of his position. ‘Friend’ and ‘foe’ were to him indifferent: where his advantage grew, he spared no man’s death whose life withstood his purpose”[6]. In Shakespeare quella deformità che era stata inventata come conseguenza della malvagità di Riccardo ne diventa, a ritroso, la causa. L’impossibilità di essere amato isola Riccardo dal consorzio umano e genera la sua bramosia della corona quale compensazione e unico sfogo. In 3HenVI III.ii.153-162 Shakespeare fregia inoltre Riccardo di un braccio disseccato e della zoppia: “Why,
love forswore me in my mother’s womb; E in RIII I.i.18-31: “I,
that am curtailed of this fair proportion,
Shakespeare e seguaciCon Shakespeare la Richard saga arriva al suo trionfo. Il suo personaggio compare in ben tre drammi: Henry VI parte II, Henry VI parte III e Richard III. Attraverso la penna di Shakespeare Riccardo diventa immortale ed entra definitivamente a far parte dell’immaginario collettivo. Seguendo da presso il More, il Riccardo shakespeariano è intelligente, subdolo, svelto di lingua, ardito, ironico, cinico e ipocrita: è tra i cattivi più attraenti che si possano immaginare. È un grande attore e simulatore: si mangia la parte di tutti gli altri personaggi sulla scena, a partire dallo scialbo Richmond, incontrando qualche ostacolo solo con la presenza nemesica della vecchia regina Margherita. Riccardo conquista e vince con il suo uso della lingua, non della spada; sottomette e annichilisce i suoi avversari annientandoli psicologicamente. Dopo Amleto, è il personaggio di Shakespeare che parla di più. Su 3600 versi, 8800 parole sono sue; su 25 scene, in 14 c’è Riccardo: domina. William Shakespeare doveva amare molto il personaggio di Riccardo III. È il primo personaggio memorabile della sua straordinaria carriera, presenta punti di contatto con Amleto e con Macbeth. Rende così bene in scena, per il diletto di ogni attore e del pubblico. Ma non è una rappresentazione veritiera o realistica di Riccardo di Gloucester. È un personaggio a sé, che vive nella finzione del teatro, e come tale va letto e apprezzato. Molti, a partire dai nobili inglesi dei secoli passati, hanno creduto alla veridicità di Shakespeare come storico; cosa che spingeva Kendall a sospirare: “The forceful moral pattern of Vergil, the vividness of More, the fervour of Hall, and the dramatic exuberance of Shakespeare have endowed the Tudor myth with a vitality that is one of the wonders of the world. What a tribute this is to art; what a misfortune this is for history”[7]. Ideato probabilmente per i Lord Strange’s Men o i Pembroke’s Men nel 1592, Richard III fu messo in scena dai Chamberlain’s Men nel 1594 con Richard Burbage nella parte di Riccardo. La sua fortuna è testimoniata dal gran numero di edizioni che si successero in pochi anni: otto in-quarto dal 1597 al 1634 e quattro in-folio dal 1623 al 1685. Il suo successo andò tuttavia scemando verso la fine del ‘600, ma tornò in grandissima auge nell’adattamento di Colley Cibber, pubblicato nel 1700. Da quel momento non ha più abbandonato le scene. La situazione storica era mutata, alla dinastia Tudor erano succeduti gli Stuart, la rivoluzione di Cromwell e la Restaurazione. La tragedia storica che celebrava i Tudor diventa un melodramma prolisso, zeppo di scene madri, fatto apposta per suscitare l’entusiasmo popolare. L’adattamento del Cibber sostituisce l’originale shakespeariano per due secoli e diventa il cavallo di battaglia dei grandi mattatori, da David Garrick a Edmund Kean. Il Richard III cibberiano è il terzo dramma di Shakespeare più rappresentato nel ‘700, dietro Hamlet e Macbeth. Ne furono stampate quindici edizioni dal 1700 al 1757. È nell’adattamento del Cibber che Richard III sbarca in America. Viene rappresentato per la prima volta a New York da una compagnia di Philadelphia il 5 marzo 1750. Nel 1821, in una rappresentazione privata a New York, Riccardo viene per la prima volta interpretato da un nero. Nel 1877 l’attore inglese Henry Irving ricominciò a recitare Richard III con un testo più vicino a Shakespeare e piano piano si abbandonò l’adattamento del Cibber (che John Barrymore, tuttavia, utilizzava ancora in America nel 1920). L’affezione del pubblico non è diminuita; si dice che sia l’opera di Shakespeare più rappresentata al mondo. La diffusione e la fortuna del Richard III di Shakespeare sono state enormi e non hanno bisogno di delucidazioni. La tragedia sul gobbo duca è costellata di versi divenuti proverbiali, a cominciare dall’abusato “A horse! A horse! My kingdom for a horse!” (V.iv.7), e la si può trovare citata ovunque. John Steinbeck ha ripreso il primo verso del Richard III nel titolo del suo The Winter of Our Discontent (1961) e Javier Marías ha intitolato un suo romanzo Mañana en la batalla piensa en mí[8].
La nascita del revisionismoPassati i Tudor, la veemenza descrittiva contro Riccardo si attenua alquanto. Sir Walter Ralegh, in The History of the World (1614), descrive Riccardo sempre come un mostro, ma Enrico VII non è da meno. Francis Bacon, nella History of the Reign of King Henry the Seventh (1621), segue More, ma concede a Riccardo due o tre frasi di apprezzamento come amministratore. William Camden in Britannia afferma che “he is to be reckon’d in the number of bad men, but of good Princes”[9] e John Stow parla di “elezione” al trono e non “usurpazione”. Il tempo insomma era pronto per quella che può essere definita la prima opera revisionista su Riccardo: The History of King Richard III di George Buck (1619). Buck rifiuta le tradizionali calunnie che erano state addossate sul duca di Gloucester, dichiarando che “all King Richard’s guilt is but suspicion”[10]. Buck era stato preceduto da uno scrittore di paradossi, Sir William Cornwallis, che aveva composto, verso la fine del regno di Elisabetta I, A Brief Discourse in Praise of King Richard the Third: or an Apology against the Malicious Slanders and Accusations of his Detracting Adversaries, pubblicato nel 1616 come The Encomium of Richard III. La linea di Buck fu seguita da William Winstanley in England’s Worthies (1684), ma il filosofo David Hume, in History of England (1762), continuò a ricorrere al More. L’Illuminismo cercò la verità oltre la superstizione e i pregiudizi anche nel caso di Riccardo III. Horace Walpole, nei suoi Historic Doubts on the Life and the Reign of King Richard the Third (1768), confutò una a una le tradizionali accuse mosse a Riccardo. Gli Historic Doubts sollevarono molti più dibattiti e confronti dell’opera di Buck, ma Walpole stesso ritrattò le sue teorie quando la rivoluzione francese gli mostrò improvvisamente quanto violenti possano diventare gli uomini in certe situazioni. Luigi XVI tradusse gli Historic Doubts in prigione, aspettando di essere ghigliottinato. William Hutton ricostruì, sbagliando alcuni movimenti, la battaglia di Bosworth in The Battle of Bosworth Field (1788). John Lingard, in A History of England (1819), continuò ad adorare More, ma la corrente sembrava tendere al revisionismo quando si susseguirono The History of England during the Middle Ages (1823) di Sharon Turner, The Unpopular King (1855) di Alfred O. Legge, A Short History of the English People (1874) di John Richard Green, il primo libro di larghissima diffusione a dichiarare che Riccardo possa essere stato un buon re sebbene fosse un cattivo uomo, e The Constitutional History of England (1878) di William Stubbs, che segue Green. Il revisionismo acquistò inedite sfumature con Richard III as Duke of Gloucester and King of England (1844) di Caroline A. Halsted. Il malvagio gobbo fu non solo riscattato di tutti i suoi supposti crimini, ma divenne un eroe romantico, un cavaliere diffamato dai suoi nemici, il tutto sullo sfondo dei (brontiani) paesaggi dello Yorkshire. Da un archetipo, si andò a finire in un altro. Pur basandosi su materiali fino ad allora non utilizzati ed essendo una storica coscienziosa, la Halsted venne facilmente tacciata di eccesso di romanticismo. Possibili sbandate riccardiane vennero stroncate da James Gairdner, il più influente storico vittoriano, in The Life and Reign of Richard III (1878). Gairdner ritornò strettamente alla vulgata di More, ripropose (nel 1878!) le teorie sulla nascita innaturale di Riccardo inventate dal Rous, ristabilì gli efferati delitti di Riccardo al loro posto e rimase l’autorità nel campo per trent’anni. Dopo uno scontro sulle pagine della “English Historical Review” nel 1891, Sir Clemens Markham pubblicò la sua risposta al Gairdner nel 1906. Richard III: his Life and Character, di stampo assolutamente revisionista ma non romantico, intendeva Riccardo come un serio uomo di stato dell’800. Markham sostenne per primo che ad uccidere i principi non era stato Riccardo III ma Enrico VII.
Citazioni e comparseIl tradizionale Riccardo mostruoso appare in due poemi del ‘600: Poly-Olbion (1613) di Michael Drayton, Bosworth Field (1629) di Sir John Beaumont, e nel melodramma The English Princess or the Death of Richard III (1667) di John Caryll, su Elisabetta di York. Risalenti al ‘700 abbiamo invece un romanzo, l’anonimo Amours of Edward IV, an Historical Novel, scritto dal punto di vista di Elisabetta Woodville, e due tragedie: The Earl of Warwick (1764) di Paul Hiffernan e The Earl of Warwick, a Tragedy in Five Acts (1766) di Thomas Francklin. L’opera di maggior rilievo è comunque l’adattamento del Cibber di cui si è già discusso. Voltaire cita Riccardo III in una lista di re morti di morte violenta alla fine del Candide (1759). La quindicenne Jane Austen, “a partial, prejudiced & ignorant historian”, scrisse la sua su Riccardo III in The History of England (1791): “The Character of this Prince has been in general very severely treated by Historians, but as he was York, I am rather inclined to suppose him a very respectable Man. It has indeed been confidently asserted that he killed his two Nephews & his Wife, but it has also been declared that he did not kill his two Nephews, which I am inclined to believe true; & if this is the case, it may also be affirmed that he did not kill his Wife, for if Perkin Warbeck was really the Duke of York, why might not Lambert Simnel be the Widow of Richard[11]. Whether innocent or guilty, he did not reign long in peace, for Henry Tudor E. of Richmond as great a Villain as ever lived, made a great fuss about getting the Crown & having killed the King at the battle of Bosworth, he succeeded to it”[12]. Nell’800 la sensibilità romantica si impadronì della lacrimosa storia della morte dei due principi nella Torre. L’evento fu riprodotto copiosamente in quadri, stampe e romanzi popolari. Tra le raffigurazioni più note abbiamo quella dipinta da Paul Delaroche nel 1831, Edward V and the Duke of York in the Tower (Louvre), e quella di Sir John Everett Millais del 1878, The Princes in the Tower (Royal Holloway College, Egham, Surrey). Richard III di Shakespeare ispirò un poema sinfonico composto da Bedřich Smetana nel 1858, e un’opera lirica (1883) del francese Gervais Bernard Gaston Salvayre. La narrativa popolare si arricchì di opere come The Last of the Barons (1843) di Bulwer Lytton, Jane Shore or the Goldsmith’s wife, A Thrilling Story of the Reign of King Edward IV di Mrs. Shore, At Ye Grene Griffin, or, Mrs. Treadwell’s Cook di Emily Sarah Holt (su Lady Anne), la biografia romanzata di Lady Anne in Lives of the Queens of England (1840) delle sorelle Agnes e Elizabeth Strickland. La deformità di Riccardo è citata come termine di paragone in Rob Roy (1818) di Walter Scott e in The Adventures of Tom Sawyer (1876) di Mark Twain. Charles Dickens, in A Child’s History of England (1850), riporta il tradizionale racconto dell’uccisione dei principi. Nel fantastico Alice’s Adventures in Wonderland di Lewis Carroll (1865) sono stati visti riferimenti a Riccardo III e alla guerra delle Due Rose. Il neonato-porcello del capitolo 6 è stato identificato con Riccardo III e le illustrazioni di John Tenniel per la prima edizione raffiguravano la Duchessa con un vestito a rose bianche. I giardinieri della Regina di Cuori ricoprono frettolosamente i cespugli di rose bianche con la vernice rossa e la Regina strepita: “Chop off her head!” come Riccardo con Buckingham in Shakespeare. Il romanzo più importante in cui compare Riccardo nell’800 è The Black Arrow (1888) di Robert Louis Stevenson. Stevenson ritrae un duca di Gloucester agli inizi della sua carriera, impegnato nelle sue prime battaglie contro i Lancaster. Riccardo è gobbo, aspro, e si presenta come già intenzionato a perseguire il suo cursus sanguinario tradizionale; ma al momento è un condottiero valoroso, amato dalle sue truppe, generoso nel ricompensare e rapido nel punire. Catesby, parlando col protagonista Dick Shelton, dice di lui: “ “O, our Crookback is a bold blade and a good warrior; but, whether in cold blood or in hot, he will have all things done exact to his commandment. If any fail or hinder, they shall die the death.” “Now, by the saints!” cried Richard, “is this so? And will men follow such a leader?” “Nay, they follow him gleefully,” replied the other; “for if he be exact to punish, he is most open-handed to reward. And if he spare not the blood and sweat of others, he is ever liberal of his own, still in the first front of battle, still the last to sleep. He will go far, will Crookback Dick o’ Gloucester!” ” (libro 5 capitolo 3). Stevenson ammira il coraggio di Riccardo e gli dedica alcune delle sue migliori descrizioni. Questo è un dialogo che si svolge alla conclusione del libro: “ “Who is this?” asked the duke [Riccardo]. “A prisoner of Sir Richard’s,” answered Lord Foxham; “Mistress Alicia Risingham.” “See that she be married to a sure man,” said the duke. […] “Say, fair maid, will you wed?” “My lord duke,” said Alicia, “so as the man is straight —–” And there, in a perfect consternation, the voice died on her tongue. “He is straight, my mistress,” replied Richard calmly. “I am the only crookback of my party; we are else passably well shapen. Ladies, and you, my lord,” he added, with a sudden change to grave courtesy, “judge me not too churlish if I leave you. A captain, in the time of war, hath not the ordering of his hours.” And with a very handsome salutation he passed on, followed by his officers. “Alack,” cried Alicia, “I am shent!” “Ye know him not,” replied Lord Foxham. “It is but a trifle; he hath already clean forgot your words.” “He is, then, the very flower of knighthood,” said Alicia. “Nay, he but mindeth other things,” returned Lord Foxham. […] The Duke of Gloucester’s banner was unfolded and began to move from before the abbey in a clump of spears; and behind it, girt by steel-clad knights, the bold, black-hearted, and ambitious hunchback moved on towards his brief kingdom and his lasting infamy” (libro 5 capitolo 8).
Il NovecentoI maggiori biografi di Riccardo del ‘900 sono Paul Murray Kendall e Charles Ross. Il primo, americano, in Richard III (1955), riesce a dare una visione di parte revisionista scrupolosamente ricostruita su fonti contemporanee e la cui serietà storica è indiscutibile. Anche se indugia ogni tanto in ricostruzioni, vagamente romantiche, dell’anima “nordica e selvaggia” di Riccardo, Kendall non si lascia prendere la mano ed è molto diretto quando tratta la questione dei principi: “Richard may well have committed the crime, or been ultimately responsible for its commission. The Duke of Buckingham may well have committed the crime, or persuaded Richard to allow its commission. What is in accurate, misleading, and merely tiresome is for modern writers to declare flatly that Richard is guilty or to retail as fact the outworn tale of Thomas More”[13]. Charles Ross, autore della biografia Richard III (1981), può essere definito un tradizionalista moderato e ragionato. Gli studi riccardiani nel ‘900 sono notevolmente progrediti. Sono state scoperte e pubblicate numerose fonti contemporanee, e alcuni dei lavori successivi sono stati dotati di edizioni critiche. Alison Hanham ha ricostruito la storia della prima storiografia riccardiana in Richard III and his Early Historians 1483-1535 (1975). A. J. Pollard ha studiato i conflitti tra nord e sud dell’Inghilterra ai tempi di Riccardo in The North of England in the Age of Richard III (1996) e The Worlds of Richard III (2001). Rosemary Horrox ha dedicato Richard III. A Study of Service (1989) ai sistemi di patronaggio impiegati da Riccardo. Sono stati inoltre approfondite questioni particolareggiate come le residenze reali, i libri posseduti da Riccardo III, la sua religiosità, e così via. Nei paesi di lingua inglese si sta gradualmente diffondendo sempre più un blando e moderato revisionismo. Per quanto libri come Richard III. England’s Black Legend (1983) di Desmond Seward continuino ad avere un certo pubblico, testi di largo consumo quali i manuali scolastici e le opere di divulgazione stanno generalmente abbandonando la visione tradizionale di un Riccardo gobbo e deforme, colpevole di numerosi delitti. Nel resto del mondo la descrizione di Thomas More è ancora quella accettata e riportata come vera. Bruno Andreolli scrive in un testo di larghissima diffusione come l’Enciclopedia di Repubblica: “Riccardo III. Alla morte del fratello Edoardo IV, fatti eliminare i suoi due figli (Edoardo V e Riccardo di York), il 26-VI-1483 si fece conferire la corona da un parlamento irregolare. Governò con crudeltà, divenendo presto impopolare”[14]. Nel 1979 l’Università de L’Aquila organizzò un seminario sul rapporto tra il Riccardo di Shakespeare e la storia[15].
La Richard III SocietyCome afferma Jeremy Potter[16], la cosa più straordinaria della Society è la sua esistenza. Quale altro re, oltre Riccardo III, morto 500 anni fa, ha una sorta di fan club il cui scopo è far conoscere la sua vita ed approfondire la ricerca storica su di lui? Fondata a Liverpool nel 1924 come Fellowship of the White Boar da S. Saxon Barton, la società fu rinominata e ricostituita nel 1956 come Richard III Society. Lo scopo della Society è quello di diffondere la tesi revisionista su Riccardo III, di espandere la conoscenza storica su di lui e i suoi tempi e di promuovere ricerche a riguardo. All’inizio ritenuto un club di bizzarri dilettanti, la Society ha guadagnato credibilità attraverso la rivista storiografica “The Ricardian”, pubblicata ogni quadrimestre e rivolta dal 1975 esclusivamente alla ricerca accademica. Nel 1973 la Society ha promosso una mostra speciale alla National Portrait Gallery di Londra, curata da Pamela Tudor-Craig e Roy Strong, dedicata ai ritratti di Riccardo III. La mostra ha messo in luce la graduale trasformazione fisica in cui viene coinvolto Riccardo, da persona comune a gobbo dalla faccia con tratti da maiale. Oltre che alla ricerca, la Society si occupa di riscoprire e valorizzare località o edifici riccardiani. Sono state applicate placche che evidenziano il passaggio di Riccardo III a Middleham, Fotheringhay Castle e a Sutton Cheney. Nel 1960 è stato aggiunto un epitaffio alla tomba di Lady Anne in Westminster. La piana di Bosworth Field è ora un parco protetto del Leicestershire e nel 1974 è stato posto un menhir nel presunto punto della morte. Nel 1980, in presenza dell’attuale duca di Gloucester, patrono della Society, è stata inaugurata una statua di Riccardo nei Castle Gardens a Leicester. Nel 1982, quasi 500 anni dopo la morte, Riccardo III ha avuto finalmente una pietra tombale nella cattedrale di Leicester. La Society ha anche segnalato luoghi o tombe legate ai parenti di Riccardo, soprattutto le sue sorelle. La Society organizza particolari celebrazioni ogni anno per l’anniversario di Bosworth Field, con la pubblicazione di necrologi sui maggiori quotidiani e un servizio funebre in memoriam. Vengono inoltre organizzati tour guidati per i siti riccardiani. In America negli anni ’30 la Friends of Richard III contava tra i suoi membri Salvador Dalì. Riorganizzatasi nel 1961, la Richard III Society – American Branch è ora quasi più vitale e produttiva della Society madre. La Richard III Society aveva nel 1960 circa 200 soci; nel 1980 erano 2500; attualmente sono circa 4000, di cui 750 della sezione americana.
Teatro e fiction riccardianaNel ‘900 si è assistito ad una vera proliferazione di opere di letteratura dedicate a Riccardo. Da un lato, sono stati prodotti numerosi drammi che cercano di riscrivere un Richard III revisionista. Per quanto indicativi di una corrente e rilevanti all’interno del campo, questi drammi sono quasi sconosciuti se non ai riccardiani e non hanno avuto successo di pubblico. Dickon di Gordon Daviot (pseudonimo di Elizabeth MacKintosh, 1896-1952), pubblicato nel 1953, fu rappresentato per la prima volta nel 1955. La Daviot utilizzò principalmente il Markham come fonte. Dickon, in due atti da cinque scene ciascuna, si svolge dal gennaio 1483 alla mattina di Bosworth. Riccardo, calmo e contemplativo, è descritto così nella prima didascalia: “He is quite young, only thirty. Smallish, slight but wiry. He has a short face with hollow cheeks, long grey eyes set close under the brows, a bold nose, a thin mobile mouth. His eyes are lively, his expression gentle, his manner controlled and quiet [...]. His only obvious charm is in his voice, which is very attractive. The ill-health from which he suffered as a child has left its mark on his face and body (in repose his face still looks as if he were in pain) [...] He has won renown both on the battlefield and at the council table” (Atto I, i)[17]. È ovvio che il Riccardo “buono” non riesca tanto bene quanto il Riccardo cattivo, e la sua presenza scenica è notevolmente inferiore a quello di Shakespeare. La sovrabbondanza di didascalie suggerisce anzi che Dickon sia inteso per essere letto e non recitato. Sotto l’altro pseudonimo di Josephine Tey, la MacKintosh aveva pubblicato nel 1951 il giallo The Daughter of Time. L’investigatore Alan Grant di Scotland Yard, protagonista di molti altri gialli della Tey, è in ospedale con una gamba immobilizzata. Per passare il tempo, una sua amica attrice gli suggerisce di indagare sul grande mistero storico dei principi della Torre. Analizzando con le sue doti di fisionomista il ritratto di Riccardo e consultando varie fonti, Grant conclude che Riccardo non può essere stato un assassino. La colpa dell’assassinio dei principi va attribuita a Enrico VII (come sosteneva Markham). The Daughter of Time è il più fortunato dei libri riccardiani. Diventato un classico del mistero, è entrato nelle classi per far esercitare gli studenti a improvvisarsi piccoli storici e ha contribuito notevolmente a diffondere la tesi revisionista a livello popolare. Ispirato da The Daughter of Time, il drammaturgo americano Maxwell Anderson (1888-1959) iniziò a scrivere Richard and Anne nel gennaio 1955 per la Playwrights’ Company. Contrasti all’interno della compagnia impedirono allora di mettere in scena il dramma, che rimase nel cassetto. Fu rappresentato un’unica volta, a quanto sembra, all’Explorers Club di New York il 3-10-1981 e ha ricevuto nuova attenzione grazie ad un’edizione critica nel 1995. Richard and Anne, in due atti, è un’opera pirandelliana di un dramma all’interno di un dramma. Durante una prima di un Richard III shakespeariano, l’attore protagonista è interrotto nel suo monologo d’apertura dalla comparsa in scena di un tizio vestito da giullare. Il giullare spiega di essersi stufato di assistere a queste manifestazioni che vilipendono tanto il suo amato padrone. Mentre tra il giullare e l’impresario del teatro scoppia un litigio in cui è coinvolta anche la polizia, arriva sul palco Riccardo III in persona. Il re si siede in un angolo e ascolta tranquillamente l’attore protagonista ricominciare il suo monologo, non capendo che si tratta proprio di lui fin quando il giullare, Dag, non glielo rivela. Riccardo III è sconcertato. Dag propone una tregua all’impresario e costringe il suo padrone a raccontare la sua vera storia. Riccardo III rievoca così il suo amore per Lady Anne e il conflitto contro Enrico Tudor. Ma l’impresario pone rapidamente fine alla sua confessione: il pubblico si è annoiato della verità e vuole tornare a vedere Shakespeare. La fiction riccardiana consiste in una vasta mole di romanzi storici, di altalenante qualità, incentrati su Riccardo. La lista, arricchitasi dal ’70 ad ora di una quarantina di titoli, comprende: storie d’amore tra Lady Anne e Edoardo di Lancaster (a cui era promessa prima della sua morte e del matrimonio con Riccardo), storie d’amore tra Riccardo e Lady Anne, storie d’amore tra Elisabetta di York e Enrico VII, storie d’amore tra Elisabetta di York e Riccardo (sic); versioni tradizionali con Riccardo cattivo, agiografie con Riccardo santo; racconti sulla morte dei principi o sulla loro sopravvivenza, compresi imbarazzanti amori infantili tra Edoardo V e la figlia del suo carceriere; vite di Riccardo di York, di Cicely Neville, di Margaret Beaufort (madre di Enrico VII), di Elisabetta Woodville e altri ancora. Quale che sia il loro partito, sono in generale storie romantiche lette per di più da un pubblico femminile, attratto dall’atmosfera medievaleggiante e cavalleresca. La qualità della maggioranza di questi lavori non raggiunge la sufficienza; nonostante questo sono diffusi e letti, e contribuiscono a tenere viva nell’immaginazione popolare la figura di Riccardo III. Alcuni sono appassionanti e scritti bene; tra questi Under the Hog (1938) di Patrick Carleton, We Speak no Treason (1971) di Rosemary Hawley Jarman, in cui la vicenda di Riccardo è raccontata da quattro punti di vista differenti, The Sunne in Splendour (1982) di Sharon Kay Penman. Nella descrizione della Penman Riccardo è tutt’altro che deforme e repellente: “He [Riccardo] glanced up, unknowing, and she [Anne] thought that it not been for the brilliant sky-color eyes, he might have been a Spaniard. Blackest hair and thin sun-browned face”[18]. In un buffo libro per bambini, Raging Robots & Unruly Uncles (1981) di Margaret Mahy, un padre vuole spronare i figli recalcitranti ad imitare i grandi cattivi del passato: “Immaginate se Ivan il Terribile o Riccardo III avessero rinunciato, per noia, ai loro Cattivi Propositi. Nessun Malvagio! Non ci sarebbe stato nessun Malvagio! Soltanto eroi! È questo che volete, eh? Niente oscurità, solo luce! Nessun contrasto, nessun contrasto! Questo sì che è noioso!”. Ed il piccolo Gengis, già dotato di coscienza critica, replica: “A dire il vero, papà, non è sicuro che Riccardo III fosse davvero così cattivo. Vedi, i libri di storia di quell’epoca furono scritti dai suoi nemici, quindi, naturalmente...”[19].
Shakespeare sullo schermoLontano dal record di Hamlet, che ha avuto circa un centinaio di riduzioni cinematografiche, e di Romeo and Juliet, Richard III è stato filmato una decina di volte ai tempi del muto, ha avuto tre adattamenti di rilievo (Olivier, Loncraine e Pacino), due versioni horror ed è stato citato significativamente in almeno due film. Sono state realizzate varie versioni per la televisione, dove inoltre sono state trasmesse registrazioni di spettacoli dal vivo. La prima trasposizione cinematografica è del 1908, prodotta dalla Vitagraph. The Life and Death of Richard III di James Keane (1912), con Frederick Warde, è il primo film muto americano che si sia conservato, e ne sono stati recuperati alcuni frammenti nel 1996. Il primo film shakespeariano sonoro è una versione dei monologhi di Riccardo nella terza parte di Henry VI, Gloucester’s Soliloquy - Show of Shows di J. G. Adolfi (USA 1928). I film Tower of London (L’usurpatore, di Rowland V. Lee, USA 1939) con Boris Karloff nel ruolo del boia, e The Tower of London (La torre di Londra, di Roger Corman, USA 1962) con Vincent Price nella parte di Riccardo, sono le versioni in chiave horror. Il dramma fa capolino in Theatre of blood (Oscar insanguinato di Douglas Hickox, GB 1973), e in The Goodbye Girl (Goodbye amore mio!, USA 1977, regia di Herbert Ross) in cui Richard Dreyfuss, che vinse l’Oscar per questo ruolo, è un attore costretto a mettere in scena un Riccardo con accenti omosessuali. Versi e situazioni del Richard III sono poi citate in A Star Is Born (È nata una stella USA 1954) di George Cukor, all’inizio di Raging Bull (Toro scatenato, USA 1980) di Martin Scorsese, in In the bleak midwinter (Nel bel mezzo di un gelido inverno, GB 1995) di Kenneth Branagh, in Being John Malkovich (Essere John Malkovich, USA 1999) di Spike Jonze, in The Filth and the Fury (Sex Pistols – Oscenità e furore, GB 2000) di Julien Temple, e in Sin noticias de Dios (Nessuna notizia da Dio, Spagna 2001) di Agustin Diaz Yanez. Il film che fece improvvisamente conoscere la tragedia di Shakespeare a 60 milioni di persone fu Richard III (1955) diretto ed interpretato da Laurence Olivier. Pur usando un testo “spurio”, con aggiunte del Cibber, Olivier diede un’interpretazione rispettosa e in molti punti illuminante dell’opera shakespeariana. Personalmente Olivier abbracciava la teoria revisionista, come era puntualizzato nei titoli di testa; interpretando quindi Riccardo solo come un magnifico personaggio, liberò senza freni la sua carica istrionica di villain-clown[20] impersonando un Riccardo affascinante e magnetico. Nella caratterizzazione fisica di Riccardo, Olivier non si limitò alla gobba e alla zoppia: indossava anche una protesi che gli allungava il naso. Nel 1995 il regista Richard Loncraine e l’attore Ian McKellen portarono al cinema una versione teatrale di successo ambientata negli anni ’30. Riccardo, truccato e vestito come Hitler, era descritto come un dittatore nazista alla testa di un esercito di camicie nere. Ian McKellen, autore anche della sceneggiatura, si è dichiarato neutrale nel “grande dibattito” su Riccardo. Questo Richard III è molto distante da quello storico, e per certi versi anche da Shakespeare. Al Pacino, con il docu-dramma Looking for Richard (1996), realizza uno dei suoi grandi sogni: parlare al pubblico del suo amore per Shakespeare. Metà rappresentazione, metà discussione sul testo, sull’autore, sui problemi di Shakespeare in America, Looking for Richard non fornisce alcuna nuova interpretazione su Riccardo, ma si presta bene per essere utilizzato nelle scuole come introduzione a Shakespeare. Pacino non affronta la questione dell’autenticità del Riccardo shakespeariano e questo gli è stato rimproverato dai revisionisti.
Riccardo III nel 2000Alla fine degli anni ’80 Riccardo III è finito nei fumetti. Nell’episodio Winters of Discontent di Johnny Quest (numero 10, 1987), il protagonista fa un viaggio con la macchina del tempo. Johnny Quest si ritrova nella Torre insieme ai due principi, che vivono lì trattati con ogni riguardo. I due principi stessi parlano dello zio, colto e gentile, con gratitudine. Johnny Quest salva Riccardo da un attentato e aiuta i principi a scappare quando Riccardo parte per Bosworth. Nel testo scolastico a fumetti Prove It! Interpretations in History (1988) di Anne Stanyon si presentano tutte le varie alternative del destino dei principi. Il caso dei principi è stato portato in tribunale tre volte. Il primo processo, prodotto nel 1984 dalla London Weekend Television, vedeva contrapposti il presidente della Richard III Society Jeremy Potter al professor A. J. Pollard davanti al giudice Elwyn Jones. Nel 1996 il giudice della corte suprema degli Stati Uniti William H. Rehnquist, in visita alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università dell’Indiana, a Bloomington, presenziò un secondo processo davanti agli studenti. Il processo fu poi trasmesso dal canale televisivo WTIU. Il 4-6-1997, infine, il comitato degli avvocati dello Shakespeare Teather di Washington, D. C., sponsorizzò un terzo processo poi trasmesso su C-SPAN. Il presidente della corte era di muovo William H. Rehnquist. In tutti e tre i casi Riccardo è stato dichiarato non colpevole per mancanza di prove. La città di York ha istituito il Richard III Museum nella torre Monk Bar delle mura medievali. Il museo è più che altro un’attrazione turistica senza pretese di scientificità. Nel 1991 la Richard III Society ha installato la mostra permanente “To Prove a Villain: The Real Richard III” (esposta all’inizio nel Royal National Theatre) nel castello di Warwick. Al Riccardo shakespeariano si ispirano due personaggi visti ultimamente al cinema. Il consigliere fraudolento Grima Vermilinguo inventato da Tolkien in The Lord of the Rings è stato caratterizzato dal regista Peter Jackson con un aspetto riccardiano. In The Lord of the Rings: The Two Towers (Il Signore degli anelli: Le due torri, USA 2002), Grima, curvo e vestito di nero, corteggia la bella Eowyn davanti al cadavere del cugino di lei. Lord Farquaad, il cattivo del film d’animazione digitale Shrek (USA 2001, regia di Andrew Adamson e Vicky Jenson) è una caricatura del Riccardo III di Laurence Olivier: bassissimo, quasi un nano, capelli neri a caschetto, mento prominente, con un vestito simile a quello che Olivier indossa nella scena I.iii. Richard III duc de Gloucester è lo pseudonimo adottato da un blogger francese.
Dopo cinque secoli Riccardo III attira ancora molto interesse. È una figura aperta e definita solo dalla voce di chi si occupa di lui. Continua ad essere ricercato perché le rappresentazioni che si danno di lui sono archetipiche e quindi già presenti nell’immaginario collettivo. Da un lato c’è il cattivo: gobbo, deforme, la cui crudeltà mentale si esterna nella bruttezza del corpo, riesce pur tuttavia a sedurre Lady Anne (la bella e la bestia). Uccisore del fratello Clarence, dei figli del fratello Edoardo IV, è Caino; re malvagio di cui la città si purifica in un rito di espulsione collettiva, riecheggia il teatro greco[21]; Riccardo il diavolo sfida Richmond/arcangelo Michele. La sua attività negativa è talmente fagocitante che, di converso, diventa capro espiatorio per tutti i mali dell’Inghilterra. Contrapposto a questo mostro, ci sono le varie facce illustrate dal revisionismo. Abbiamo così un re accusato ingiustamente e per cui si deve fare giustizia; un buon re che proteggeva i poveri e gli oppressi; un cavaliere dalla bianca armatura, principe azzurro che salva Lady Anne nascosta nelle cucine da Clarence; san Riccardo. In queste versioni, che attingono alla categoria del “romanticismo perenne”, Riccardo siede alla Tavola Rotonda e galoppa per le selvagge lande dello Yorkshire verso un castello turrito circondato da rose bianche. Questo dualismo, è chiaro, non descrive più una persona reale, ma qualcosa che è già dentro di noi. Riccardo III viene a rappresentare altro: il nostro bisogno di un cattivo o di un buono, pronto per qualsiasi esigenza. Infiammati pro o contro riccardiani, continuando a rielaborare Riccardo III, ne ricercano uno che possa dire come quello di Shakespeare quattrocento anni fa: “I’m myself alone”, io sono unico (3HenVI V.vi.83). Ma questa sarebbe la fine della disputa, dell’interesse, e del mito.
[1] Churchill, George B., Richard the Third up to Shakespeare, Palaestra X, Berlin, Mayer und Muller 1900, p. 2.
[2] Hanham, Alison, Richard III and his Early Historians 1483-1535, 1975. [3] Tillyard, E. M. W., Shakespeare’s History Plays, 1944. [4] Churchill, op. cit., pp. 222-223. [5] Riportato in Potter, Jeremy, Good King Richard? An Account of Richard III and his Reputation, London, Constable 1983, p. 139. [6] Thomas More, The History of King Richard III, versione inglese con grafia modernizzata, in Kendall, Paul Murray (a cura di), Richard III. The Great Debate: More’s History of King Richard III and Walpole’s Historic Doubts, New York-London, W. W. Norton & Company 1992 (1965), p. 35. [7] Kendall, Paul Murray, Richard III, London, Book Club Associates 1973 (1955), p. 434. [8] Domani nella battaglia pensa a me, Torino, Einaudi 1998 (ed. or. 1994), tradotto da Glauco Felici. Il verso (V.iii.135 e 163) è ripetuto dai fantasmi che maledicono Riccardo la notte prima di Bosworth Field. [9] Riportato in Potter, op. cit., p. 161. [10] Ivi p. 162. [11] Lambert Simnel era in realtà un impostore che pretendeva di essere il figlio di Giorgio di Clarence. [12] Su www.r3.org/bookcase/austen.html. [13] Kendall, Richard III, cit., p. 418. [14] L’Enciclopedia, La Biblioteca di Repubblica, vol. 17 (Raji-Santa), p. 259. [15] Vedi Potter, op. cit., p. 244. [16] Ivi, p. 254. [17] Daviot, Gordon, Dickon, London, Heinemann 1966, p. 6. Riportato in Weinsoft, Judy R., Strutting and Fretting His Hour Upon the Stage, intervento letto all’Oregon Shakespeare Festival il 27-8-1993, su www.r3.org/struttxt.html. [18] Penman, Sharon Kay, The Sunne in Splendour, New York, Ballantine 1982, p. 383. [19] La strana guerra dei fratelli J., Milano, Mondadori 1991, pp. 4 e 6 (traduzione di Cecilia Veronese). [20] Melchiori, Giorgio, Shakespeare: genesi e struttura delle opere, Roma-Bari, Laterza 1994, p. 89. [21] Vedi Girard, René, Shakespeare. Il teatro dell’invidia, Milano, Adelphi 1998, p. 404.
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